Una strega al mercato

dadaLa cosa che mi spaventa di più è riscoprirmi mostruosa tanto da dover gridare aiuto.
Sono una massiccia parete oscena. Brutale come Vanna Marchi in uno show di Sgarbi in TV, devo a me stessa la massima determinazione.
Stamattina era giorno di mercato qui, sotto casa di mia madre, nell’hinterland napoletano, a due passi da Scampia. Un luogo dove ho passato una parte della mia infanzia. Un po’ qui, un po’ al Vomero, zona bene di Napoli, e un po’ a Creta, isola Greca. Già all’epoca ero straniera ovunque andassi, e questa è stata una fortuna. La parola “straniero” sa di negativo solo quando le cose in patria vanno di merda e si cerca disperatamente un colpevole “altro” da “noi” a cui accollare la colpa. Sia che le cose vadano bene sia che vadano male, lo straniero è la cosa migliore che ti possa capitare.
Prima si individui il gruppo debole che possa fare da capro espiatorio, gente a cui manchi uno stato forte o addirittura lo Stato d’appartenenza, ma ricchi di miti spaventosi. Prima li si dipinge cattivi e pericolosi e poi si dichiara missione punitiva.
Lo storico Carlo Ginzburg, nel suo libro Storia notturna. Una decifrazione del sabba, (Einaudi, 1989) va all’origine della santa inquisizione attraverso una ricostruzione filologica del Sabba. Vi trova un odio popolare verso ebrei e lebbrosi, accumulato per motivi contingenti: i lebbrosi portano la lebbra e gli ebrei prestano i soldi e hanno molti creditori che vorrebbero il loro fallimento. Quindi i lebbrosi con l’ausilio degli ebrei vogliono dominare la cristianità avvelenando l’acqua e nefandezze simili, in vari territori europei. Tutto ciò sta scritto nero su bianco su documenti legali, ufficiali dell’epoca. La persecuzione parte e dura secoli, epurando qualunque traccia di eterodossia, andando a perseguitare gente d’ogni tipo con la stessa prassi consolidata. Piuttosto che capire le dinamiche del disagio, il popolo ha chiesto d’essere difeso da un oppressore, uno qualunque. Così all’origine della santa inquisizione, così all’origine del nazismo, così nella teoria schiavista d’ogni tempo e d’ogni dove. L’astio della gente convogliato verso lo straniero ha come risultato sempre lo stesso esproprio e la stessa instaurazione di una gerarchia di sfruttamento. Qualcuno rafforza il suo potere in nome dell’allarme imminente e tutti sotto si dispongono per un adeguato servilismo in nome della forza imposta, della coercizione necessaria e della punizione meritata. E’ un modus operandi a cui puoi cambiare il nome e il contenuto dei fattori, ma la meccanica è perfetta e va da se.
Dunque vado al mercato indossando shorts, maghiettina e zoccoletti, ed è subito come fossi merce sul banco. Se non avessi voluto “propormi” come merce avrei dovuto coprire per intero la carrozzeria. Cosa fa di me una merce? L’essere necessaria. Come quando ti serve qualcuno che poti le piante del giardino e vai sulla rotonda di Maradona alle sette del mattino a scegliere il nero più muscoloso che, per una mancia e un sorso d’acqua, ti fa il servizietto che desideri. Ma non è diverso dal medico che è a una cena di piacere e si trova con uno appena conosciuto che, sapute le sue competenze, gli chiede consiglio su recenti, lievi fenomeni di emicrania che lo attanagliano. In effetti un medico può andare fiero di essere così ricercato, un nero ha poco da farsi domande, ve lo assicuro, e nel mio caso invece c’è nella testa un sacco di roba. La chiappa sotto gli shorts è il frutto del peccato. Nelle orecchie sento mia madre che dice che la gente mi ride dietro, perché sono ridicola. Mio marito mi abbraccia e mi tranquillizzo; so che, da donna sposata, mamma la posso anche mettere in secondo piano. Questo anche me lo ha insegnato lei. Così mi accorgo che dietro il mio culo non sta ridendo nessuno, sono piuttosto guaiti di fame e fracasso tribale, gli ambulanti si passano la voce di bancarella in bancarella, uno mi fa l’occhiolino, un altro mi manda un bacetto, mio marito mi chiede se può toccarmi il culo e quando lo fa la gente esplode. Forse pensano che se lo ha fatto lui forse poi potrà toccare a loro. “Adesso tocca a me” è la frase che ha detto il soccorritore della studentessa Erasmus di 18 anni a cui qualche notte è toccato un tuffo nel profondo della cultura italiana. “Adesso tocca a me”, come si sta educatamente in fila alla fontanella. Lei, l’ennesia straniera, ma di quelle con un buon reddito, è stata violentata da due giovani napoletani conosciuti a una festa, poi lasciata in strada. Così è arrivato un soccorritore, anche lui membro della bella festa, che, dopo aver raccolto la ragazza abbandonata in strada, ha pensato bene che fosse il suo turno di fare ciò che andava fatto. Tutta brava gente di Napoli bene, passano le generazioni ma la mentalità rimane la stessa. Un modo di pensare che portano in casa le madri, prima di tutto, perché insegnare l’abuso è una tradizione, come la clitoridectomia. E’ una cosa che si tramanda in casa, fa parte delle buone norme di comportamento della classe dominante. E’ un uso della sessualità come strumento coercitivo, a partire dal far vergognare chi possiede il patrimonio per natura fino alla legittimazione dell’esproprio e dello sfruttamento come buona norma. Del resto da queste parti quando torni a casa magari nemmeno lo racconti che ti è stata affibbiata una bella tripletta. In fondo hanno fatto bene, è stata colpa tua. Lo direbbe mamma. E vi posso assicurare che in questi casi è molto meglio essere stranieri e pieni di stupore. Le logiche di potere danno origine allo stupro, alla xenofobia, alla persecuzione di genere. Non si può vietarle, ma è indispensabile vederle e nominarle davvero per quello che sono. Il fatto che sbandiero la fica non deve costituire strumento per azzittirmi. Se lo fai, sei complice. Apri gli occhi. Non puoi più rimandare.

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