Martedì SwitchON!

E’ martedì e siamo ancora una volta in viale Padova ad una mostra d’arte. Gentrification is our work!  E giù ancora a salutare amici e conoscerne di nuovi ma sopratutto a mostrare le tette, che chi ci conosce sa essere la nostra attività principale ad ogni mostra d’arte (ma anche a ogni occasione in genere). Dunque il gioco a volte cresce e l’azione di flashing può trasformarsi in un vero e proprio flash mob pornoestetico. Così è avvenuto infatti alla galleria ONOFF con una collettiva che presentava esordienti (o quasi) assieme ad artisti affermati, affissi su larghe piastrelle quadrate in una stanza quadrata con una parete a vetrina, integralmente a vista su strada. Sembrava che gli artisti stessi avessero appena finito di smantellare un kebabbaro per potersi dare spazio nella via. Perché poi è così, lo spazio ce lo si prende togliendo qualcos’altro   e a volte si può scegliere a cosa rinunciare e cosa mostrare.  Così, tra una flash di tette in strada e dei complimenti per il mio taglio di capelli nuovo finisce che io e una della artiste in mostra, Bianca Pepi, ci denudiamo per un paio di scatti goliardici di buon augurio tra le opere in piena luce. Tiriamo in mezzo anche il boss Fabrizio Fortini che, anche se un po’ preoccupato, diciamolo, non può certo opporsi . Dunque, intanto in strada avviene quanto segue: gli amici ci rispondono a tono attraverso la vetrina; la camionetta dell’esercito fa il suo settimo giro turistico coi soldati che sorridono e ci guardano abbracciati alle armi;  di fronte dei commercianti si sono affacciati e sorridono. E fin qua è uno scenario che prevedevo, ma qualcosa mi stava sfuggendo! Un passante insoddisfatto, un passante passato inosservato, un’imprevisto archetipico: l’uomo ferito che insorge con violenza dal’anonimato. Questi si risente e, come la peperonata mangiata verso le 23, nel giro di una quindicina di minuti ripassa col cane e stavolta decide di fare le sue dimostranze, per quanto avvenuto prima, direttamente al boss. Ed è quasi rissa. Del resto c’è una luna piena che spacca il celo. E’ la luna piena di giugno! Li vedo, ci metto un po’ a capire che non è un’ubriacone che litiga perché è inciampato sui suoi piedi. Lo prendo di petto dicendogli che ero io la donna nuda in vetrina ed è con me che deve lamentarsi. L’uomo è sulla trentina, italiano, vestito dignitosamente, uno che “passeggia il cane”. L’accusa che mi muove è di aver offeso “gli altri”, immagino intenda gli islamici di viale Padova. E’ sera tardi e di mamme con bambini non ne passano già da un po’, al negozio di fronte ero appena stata a comprare dell’acqua e tutti mi sorridevano divertiti.  Quindi gli dico che forse ho offeso lui, ma non vedevo altri feriti sul campo. La conversazione è stata lunga e ha avuto toni accesi, perfino qualche balletto in cui io facevo il rapper incazzato e cercavo di mostrargli la fica. Quasi si addolciva in un sorriso. Poi però l’ho mandato a cagare. L’ostacolo principale alla conversazione era il suo volersi ostinatamente porsi come paladino di terzi, quindi questo suo non chiamarsi in causa in prima persona rendeva impossibile qualunque comunicazione. Sapete come quando la gente tira in mezzo, i bambini, dio e sal cazzo? la madonna. In ogni caso la questione che è emersa possiamo comunque riassumerla in un concetto chiaro: la vista del mio corpo integralmente nudo è offensiva.  Quindi io ho mancato di rispetto nel mostrarmi nuda. Bene, questa goliardata con la Bianca Pepi in una vetrina di viale Padova si è dimostrata una inaspettata azione pornoestetica che intitolerei “Nessun dio porterà vergogna ed oltraggio della mia carne“, alias “In culo al paravento, porco dio”
Per la cronaca durante il resto della serata l’atmosfera era spumeggiante, ho intervistato anche dei locali padovanensi “non italiani” e nessuno di loro “si è sentito offeso”, anzi, sembravano tutti estremamente interessati alle contaminazioni e alla condivisione. E alla domanda “vi ha offeso la mia nudità” la risposta era “certo che no” più occhi a cuore.
La cosa che mi ha turbata non è stato tanto lo spavento che si è preso il giovane col cane, a cui avranno fatto una testa così insegnandogli fin da piccolo che vedere la fica uccide, ma la sua incapacità di parlarne in prima persona; questo atteggiamento psicotico è pericoloso e si manifesta molto spesso sopratutto attraverso discussioni religiose, politiche e interculturali.  Chiedermi di evitare di provocare per non offendere nessuno in nome di un “politicamente corretto” è un modo come un’altro di inibire la mia azione e ridurmi al più canonico moralismo. E’ un dovere morale non alimentare moralismi e coercizioni intellettuali. Io ho il dovere morale di non alimentare il logos sulla vergogna del mio corpo, né ora né mai.
E a tale proposito vi consiglio anche la lettura di un testo che parla proprio del “Politicamente corretto” come strumento di censura e coercizione politica di Jonathan Friedman, edizioni Meltemi.
Grazie a Medea Texeira, Laura Giardino, Agnese Guido, Galileo Sironi, Alan Maglio per essere  pazzi come cavalli! Bella inaugurazione, grazie Fabrizio Fortini!

 

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