Il rito della scrofa

il rito della scrofa
foto di Marica Innocente

Mia madre usava come scendiletto un tappetino di floccato di modeste dimensioni di un bianco ingiallito, il colore della nostra intesa, da calpestare al mattino e a sera. Questa storia, smembrata e monca, mi galleggia nella mente da trentasei anni. È uno di quei ricordi annacquati in una parziale amnesia storica, la
cui coerenza degli eventi ha lasciato il posto ad un significato simbolico tutto stracci e superstizione. Ma adesso ricordo bene perché, contando i ciuffi aggrovigliati dello scendiletto, mi stavo legando al dito ogni lacrima. Come una fattucchiera legavo a me gli eventi lasciando che questi mi segnassero indelebilmente. Qualche giorno fa si è ricomposta la mia memoria, il ricordo è tornato integro e lo stupore non è stato per il passato appena rivelato, ma integralmente per il presente. Ovvero le due del mattino del due marzo, quando mancavano solo diciassette ore alla celebrazione del rito della scrofa di cui non riuscivo a venire a capo. In realtà mi stavo ponendo molte domande su tutto l’evento, sulle mie pratiche e su me stessa. Ma dire che mi pongo spesso domande è un eufemismo, in realtà tendo a destrutturare tutto ciò che faccio, penso o percepisco, negandone l’essenza fino al midollo stesso della realtà. L’idea della psicosi non mi ha solo sfiorato, ma ho deciso di non credere nelle psichiatria e quasi sempre ci riesco.
Fatto sta che questo Rito della Scrofa, pur traendo il nome da un progetto stagionato almeno quindici anni, non aveva ancora corpo né senso. Sembrava che mi venisse estorto dal caso: me l’ero letteralmente trovato tra le mani e più lo guardavo e più mi faceva sentire stupida e sbagliata. Alla fine ho scelto di non contrastare gli eventi e sono rimasta a contemplarli avvenire.

foto di Marica Innocente

E infatti ho visto gli eventi avvenire.

Ero nel letto dei miei genitori. Cercavo sempre di infilarmici dentro, alla sera, ma dal lato di mio padre perché mia madre dava di matto se sentiva muoversi il materasso sotto la mia presenza. Salivo leggerissima sul lettone dicendomi che lei non mi avrebbe sentita, ma mi sentiva sempre. Lo sbuffare era quello di una bambina gigantesca, col quale era capace di spazzarmi via. E mi avvinghiavo alla mia immobilità pur di farla franca. Mi mettevo sul fianco sinistro, le mani giunte sotto la guancia e il culetto sparato in fuori, con i genitali poggiati sulla gamba del mio papà che non faceva una piega e stava lì, sereno come uno scoglio in mezzo al mare. Così mi confortavo e riuscivo a prendere sonno. Solo dopo mio padre mi spostava nel mio letto, nella stanza di fianco. Una sera però mia madre fu implacabile nel mandarmi via e lui non riuscì ad arginarla, o forse è veritiero dire che fui io a scegliere di obbedirle perché sentii che lui non si oppose. Il suo sonno valeva più del mio e il tenore che imponeva alla sua intimità cadenzava il passo della sua volontà, voce dell’unica giustizia ammessa.
Lei mi diceva sempre che non dovevamo essere nemiche ma alleate. In realtà il tipo di relazione che mi imponeva era chiaramente quello della sudditanza, la cui unica possibile autonomia verteva nell’omologarmi alle sue aspettative. Ero liberissima di fare esattamente quello che lei si aspettava che io facessi. Spostai le natiche dalla gamba di mio padre e sentii subito un freddo fortissimo afferrarmi lo stomaco; ero disposta a vagare per decenni lontano dal posto che mi spettava, rinunciandovi, in parte, per sempre. Lenta come un macigno scivolai fuori dalle coperte, mio padre borbottava ma mia madre aveva la ragione, quella congenita. E io volli mostrargli il volto della sua ragione, così strisciai dal suo lato e mi accoccolai sul suo scendiletto, sotto i suoi occhi, dove teneva le pantofole. Nessuno dei due intervenne: solo qualche biasimo ancora, poi mi lasciarono lì a “sfogare la frustrazione” o forse, sarebbe meglio dire, a plasmarmi memorizzando sensazioni. Emblematico e culminante, da quella sera andai nel mio letto. Mi pietrificavo su un fianco, avvinghiavo le gambe e lottavo fin quando non prendevo sonno, sfinita. Questa fu l’accoglienza offerta al mio serpente, alla kundalini che saliva dai miei piedi e, giunta ai genitali, implodeva aggrovigliandosi fino al punto da storcermi il corpo e piegare le mie ossa.

foto di Marica Innocente

È così che accompagno l’epiteto “Regina” con “Vertebra”, facendone uno dei miei molti nomi: “Regina Vertebra”. Perché fin nelle ossa è rimasto il segno della mia lotta per la sopravvivenza in questo mondo appestato. Ho lottato per difendere e sancire i confini del territorio su cui poter esercitate la mia sovranità. Questa fu la mia prima pubertà, preludio alla seconda, in cui fui bloccata integralmente nel gesso, modellandomi le ossa… ma questa è un’altra storia. Questo è il ricordo e questo è stato ciò che ho portato al rituale sabato sera. Sarà un caso, ma da allora al mio risveglio non ho più la gran parte delle voci che mi hanno costretta per decenni a un tetro rammarico a priori. Ora lo riconosco come un mantra, tornato alla forma di ricordo solo quando sono stata pronta a farne una masturbazione consapevole. Celebrandola assieme alla mia tribù ha smesso di essere parola di dio e si è trasformata in una fantasia erotica.
Grazie a chi ha reso possibile tutto questo. Vi sono debitrice, come sempre e come piace a me, perché fate salire il serpente lungo la mia schiena, fino al cielo.

foto di Marica Innocente

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